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El niño soldado

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Non c'è modo in cui io da solo possa cambiare il mondo, ma mi vergognerei di far passare un solo giorno senza provarci!!!

El NiñO SoLdAdO

Crear utopias es mas realista que creer en ellas! - Para todos todo, para todos la luz -
October 28

No more cluster bombs

Il 3 dicembre 42 governi africani, tutti i paesi africani senza alcuna eccezione, firmeranno il trattato sul bando delle cluster bomb – o bombe a grappolo – che verrà siglato il prossimo 3 dicembre ad Oslo, in Norvegia.
E' questo il cuore della dichiarazione approvata a conclusione dei lavori della riunione, a cui hanno partecipato nella capitale ugandese 42 stati africani, per il 'Kampala Action Plan'. Il 'Kap' chiede con urgenza a tutti gli Stati africani di firmare questa convenzione, per "dimostrare il forte impegno del continente per lo sradicamento delle munizioni a grappolo". La convenzione che verrà siglata a Oslo impegnerà i governi sottoscrittori a interrompere definitivamente l’uso, la produzione, la vendita e il deposito delle bombe a grappolo.
Il premio Nobel africano Desmond Tutu, che ha partecipato alla riunione di Kampala, nel suo intervento ha definito le cluster bomb, "un abominio" la cui fabbricazione e utilizzo "non può e non deve essere tollerato da nessun governo".  "Tutte le armi – ha detto Tutu – sono disumane, poiché progettate per uccidere, ma le bombe a grappolo uccidono e mutilano in modo del tutto indiscriminato e spesso le principali vittime di queste armi micidiali sono civili innocenti".
Durante l’apertura della conferenza di Kampala, il presidente ugandese Yoweri Museveni ha affermato che la convenzione contro l’uso delle munizioni a grappolo rafforzerà la pace e la sicurezza in Africa, dopo che per quattro decenni il continente ha vissuto violenti conflitti, durante i quali spesso sono state usate le bombe a grappolo: "Questo – ha detto Museveni – è inaccettabile: per lungo tempo l’Africa è stata una discarica per armi pericolose, comprese le bombe a grappolo, che hanno causato la perdita di migliaia di vite umane".
October 06

Mettiamo al bando la parola clandestino

Quando si passa dalle ipocrisie giustificate dalle convenienze sociali al linguaggio diretto,qualcosa si guadagna (in chiarezza) e altro si perde (in contegno, come lo intendeva Goffman).
Si osservi l'evoluzione dell'uso di "clandestino". Pochi mesi fa, con ipocrisia, i governanti parlavano di "lotta alla clandestinità" – e conducevano una lotta, non sempre blanda, contro singole persone chiamate "clandestini"; oggi si proclama direttamente la "lotta al clandestino", da quella istituzionale (il "clandestino" come reo) a quella socio-criminale (l'aggressione per strada, il pogrom), tra loro unite profondamente e separate in superficie da pochi anelli di una catena: il razzismo eretto a sistema.
Chi si oppone debolmente, sembra destinato non solo a debacles e ritirate locali, ma a una sconfitta epocale. Uno dei motivi principali sembra risiedere nella scelta di opporsi alla "clandestinità come reato", ripetendo, dell'avversario, una categorizzazione e così confermandola. Perché non ci si oppone, come in Francia o in Spagna, alla "mancanza di documenti come reato"? Sans-papiers, sin-papeles: perché "clandestini"?
Il termine clandestino indica qualcuno che ha fatto qualcosa di male. Clam-die-stinus, infatti, significa "che si nasconde di giorno". Per due motivi: o perché agisce contro precisi decreti (come attestato fin prima del 1600 in Bernardo Davanzati) oppure perché si è imbarcato di nascosto in una nave o in un aereo, come indicava un dizionario già nel 1950. Più tardi, un bel romanzo di Mario Tobino ci ricordò che "clandestino" era anche il gruppo di antifascisti viareggini che presero le armi contro i tedeschi (rischiando la vita contro precisi decreti).
Raffigurare in questo modo chi è senza documenti è malvagio, e copre la volontà perversa a costringerlo a star nascosto, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti, nelle case di chi ha anziani da assistere. Nascosto, impaurito, ricattabile. Senza carte e senza diritti. Per lottare contro un'ulteriore ferita alla dignità delle istituzioni e della società, bisogna chiedere il riconoscimento immediato dei diritti, la "concessione" delle carte, e ricordare che la loro mancanza (un'infrazione amministrativa) è dovuta alla miopia di uno stato le cui classi dirigenti poi si meravigliano di criminali raid razzisti (ma non li perseguono, come a Ponticelli).Ma è urgente anche, e prima, una campagna che metta al bando la parola "clandestino". Per fare chiarezza: chi continuerà a usarla sarà per lo meno un pusillanime.
October 03

Quel fascino per la camicia nera che cresce nel mondo del calcio

L'outing di Christian Abbiati, portiere del Milan fascista nel privato e ora anche in pubblico, ha allargato praterie di potenziali rivelazioni nel mondo del calcio italiano, da sempre silenziosamente a destra. Quelle parole rimbalzate in tutta Europa - "del fascismo condivido ideali come la patria, i valori della religione cattolica e la capacità di assicurare l'ordine" - sono sottoscritte, oggi, da una crescente platea di calciatori e dirigenti italiani.
La forza delle frasi rivelatrici di un portiere che è abituale frequentatore dei leader di Cuore nero, succursale dell'estremismo nero milanese e luogo di riferimento per gli ultrà dell'Inter, più che nell'indicare il solito revisionismo pret a' porter italiano che vuole un fascismo buono prima del '38 ("rifiuto le leggi razziali, l'alleanza con Hitler e l'ingresso in guerra", ha detto Abbiati) segnala come anche i calciatori, notoriamente pavidi nelle dichiarazioni, oggi comprendono che queste "verità" si possono finalmente dire: il vento del 2008 non le rende più pericolose per le loro carriere.

Sono diversi i campioni italiani che indossano numeri sinistri e sventolano effigi del Ventennio per poi giustificarsi: "Non lo sapevo". Il portiere Gianluigi Buffon, figlio di famiglia cattolica e impegnata, è stato sorpreso in quattro atti scabrosi. La maglia con il numero 88 che rimandava al funesto "Heil Hitler" segnalata dalla comunità ebraica romana, poi la canottiera vergata di suo pugno con il "Boia chi molla". Nel 2006, durante le feste al Circo Massimo per la vittoria del mondiale, si schierò - mani larghe su una balaustra - davanti allo striscione "Fieri di essere italiani", croce celtica in basso a destra. E i suoi tifosi, gli Arditi della Juventus, un mese fa a Bratislava gli hanno ritmato "Camerata Buffon" ottenendo dal portiere un naturale saluto. Quattro indizi, a questo punto, somigliano a una prova.

E' da annoverare tra i fascisti per caso il Fabio Cannavaro capitano della nazionale che a Madrid sventolò un tricolore con un fascio littorio al centro: "Non sono un nostalgico, ma non sono di sinistra", giura adesso. Nel 1997, però, pubblicizzò in radio le prime colonie estive Evita Peron, campi per adolescenti gestiti dalla destra radicale. Il suo procuratore, Gaetano Fedele, assicura: "Un calciatore può essere strumentalizzato inconsapevolmente".

Nella capitale si sta consumando un pericoloso contagio tra la curva della Roma, egemonizzata dalla destra neofascista, e i giovani calciatori romani. Daniele De Rossi, capitan futuro destinato a sostituire Totti, è un simpatizzante di Forza Nuova. E l'altro romanista da nazionale, Alberto Aquilani, colleziona busti del duce - li regala uno zio - mostrando opinioni chiare sugli immigrati in Italia: "Sono solo un problema".

Molti portieri la pensano come Abbiati, poi. L'ex Stefano Tacconi fu coordinatore per la Lombardia del Nuovo Msi-Destra nazionale ed è stato condannato per aver usato tesserini contraffatti giratigli dal faccendiere nero Riccardo Sindoca. Matteo Sereni, figlio della destrissima scuola Lazio, oggi che è portiere del Torino continua a dormire con il busto di Mussolini sulla testiera del letto.

Il problema è che i calciatori navigano dentro un mare di ipocrisia che consente di tenere "Faccetta nera" nella suoneria del cellulare senza provare sensi di colpa. Questione di maestri. L'ex allenatore della Lazio Papadopulo non si è mai preoccupato delle svastiche in curva "perché in campo non vedo oltre la traversa". Spiega Gianluca Falsini, difensore oggi al Padova: "Giocatori di sinistra ce ne sono pochi e la nostalgia per il Ventennio ti viene per colpa dei politici contemporanei". Già. Nel campionato 2007-2008 in campo sono raddoppiati gli episodi di razzismo: sono stati sei. Mario Balotelli, stella emergente dell'Inter, italiano di origini ghanesi, così racconta l'ultima partita contro la Primavera dell'Ascoli: "Dall'inizio alla fine mi hanno detto: "Non esistono neri italiani". Era lo slogan dei fascisti, volevo uscire dal campo".

da La Repubblica
October 02

Lega la Lega!!! Diciamo no al razzismo!

Testo quasi integrale del discorso del vicesindaco di Treviso Giancarlo Gentilini alla festa della Lega Nord. Dopo aver letto questo testo mi vergogno di essere italiano!
"Popolo della Legaaaa! La Lega si è svegliataaaaaa!
Le mura di Roma stanno crollando sotto i colpi di maglio della Lega.
La mia parola è rivoluzione.
Questo è il vangelo secondo Gentilini, il decalogo del primo sindaco sceriffo. Voglio la rivoluzione contro i clandestini.
Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari.
Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n’è più neanche Uno!
Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anzianiiiiii! Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero.
Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il culo a quei giornalisti. Non li voglio più vedere...
Voglio la rivoluzione contro le prostitute. Anche loro devono pagare le tasse. Tutti pagano le tasse e devono pagarle anche le prostitute.
Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. Qui comprese le gerarchie eclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare. No! Vanno a pregare nei desertiiiii! Aprirò una fabbrica di tappeti per darglieli ma che vadano a pregare nel deserto.
Bastaaaaaa! Ho scritto anche al Papa: Islamici, che tornino nei loro paesi. Voglio la rivoluzione contro la magistratura. Ad applicare le leggi devono essere i giudici veneti.
Voglio la rivoluzione contro chi vuole dare la pensione agli anziani familiari delle badanti extracomunitarie. Sono denari nostriiiiii! E io me li tengo. Questo è il vangelo di Gentilini: tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri... Ma non avanzerà niente!
Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moscheeeee!
Voglio la rivoluzione contro i veli e il burqa delle donne. Io voglio vedere le donne in viso, anche perché dietro il velo ci potrebbe essere un terrorista e avere un mitra in mezzo alle gambe. Che mostrino l’ombelico caso mai....
Ho scritto al presidente della Repubblica che bisogna dare un riconoscimento all’usciere di Ca’ Rezzonico che ha vietato l’ingresso alla donna islamica.
Io voglio la rivoluzione contro chi dice che devo mangiarmi la spazzatura di Napoli. Io la prendo e la macino e poi se la devono mangiare loro perché sono loro che l’hanno prodotta! Io non lo tollero...
Io voglio la rivoluzione contro chi vorrebbe dare il voto agli extracomunitari. Non voglio vedere neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini. Cosa insegneranno, la civiltà del deserto?
Il voto spetta solo a noi. Ho bisogno del popolo leghista. Queste sono le parole del vangelo secondo Gentilini. Ho bisogno di voi. Statemi vicini. Non voglio vedere questa gente che gira di giorno e di notte. Un abbraccio a tutti, viva la Lega!".
September 26

I anniversario del massacro in Birmania

Un anno fa dopo giorni di rivolte la giunta militare che governa il Myanmar (Birmania) reprime le proteste nel sangue entrando nei monasteri ad arrestare centinaia di monaci di cui non si ha più avuto notizia. Desaparecidos... Solo qualche settimana dopo il mare ha portato a riva alcuni corpi di monaci...
Per non dimenticare... L'orrore in Birmania continua nel silenzio più totale dei media!

September 25

I centri sociali al centro di una metropoli senza centro

Periodicamente, ad ogni fine e inizio di fasi di movimento, il dibattito sui centri sociali si riaccende attraversando reti e organizzazioni politiche che tentano di navigare la tempesta o togliersi dalla bonaccia limacciosa.
Almeno dalla seconda metà degli anni Ottanta la pratica dell’occupazione ed autogestione, è divenuta anche materia teorica, prassi ragionata, laboratorio di elaborazione di nuove traiettorie dell’azione politica. Vi sono stagioni in cui la centralità di una pratica, o il modo con cui esprimere sostanza e organizzazione di movimento si consolidano, ma poi, con il mutare delle condizioni oggettive e soggettive, divengono solamente “patrimonio” collettivo, storia, esperienza, accumulo in memoria. Vanno a comporre un corredo genetico, ma per l’appunto, rimangono lì, nel DNA, di un organismo che magari ne custodisce, gelosamente o involontariamente, il segreto. Questo non riguarda i centri sociali. Essi sono sempre, ad ogni ondeggiare ciclico delle insorgenze di movimento, un posto in cui si ritorna e da cui si riparte. Pubblicamente.
Questa “solidità” che corre nel tempo, ne definisce, in qualche modo, la grande forza che appunto già dai tempi dello sgombero e della rioccupazione del Leoncavallo nel 1989, ci appariva nitida. Quelli che Le Monde all’epoca definiva “i gioielli della cultura italiana”, i centri sociali appunto, hanno anticipato di due decadi la comprensione del concetto di biopolitica. E hanno introdotto in forma concreta, creativa, a volte azzardata ma sempre con lo sguardo in avanti, le prime grandi sperimentazioni sui nuovi terreni dell’organizzazione, sia per quanto riguarda la dimensione soggettiva che quella sociale.
Rete e spazio pubblico, ciò che oggi intendiamo con questi termini, sono stati esplorati lì dentro, tra muri seriosi e pesanti ringiovaniti dai graffiti e riunioni di comitati di gestione troppo vicine ai gruppi di affinità per essere semplicemente di scopo e troppo aperte per rappresentare una direzione. Lo stesso “fare politica” è divenuto, immediatamente, “fare società”. La pratica dell’occupazione, del gestire spazi che sapevano essere aperti ma anche chiusi, le contraddizioni insite nel creare comunità senza scivolare nel com’unitarismo chiuso, nel costruire progressivamente nuove identità senza impedire l’aggregazione e la partecipazione aperte, sono stati terreni in cui la generazione che venerava il mito degli anni Settanta fatti da altri, ma allo stesso tempo non riusciva ad uscire da questo rito quasi religioso, è finalmente esplosa. Ha potuto avere cioè, a partire da quegli anni, le sue rivoluzioni. Ma i centri, e questo spiega anche perché siano tuttora un nodo della prassi e della forma movimento maledettamente importante, hanno da sempre quella forma poliedrica, molteplice, che permette loro, in potenza, di essere sempre al centro delle grandi trasformazioni delle varie epoche.
Un tempo, quando occupare divenne pratica comune e diffusa a tal punto da riempire lo stivale di centinaia di spazi sociali che definivano la nuova ampiezza del movimento, si ragionava sulla loro centralità a partire da ciò che avveniva sul territorio urbano. Le grandi speculazioni immobiliari ridisegnavano le città in termini postfordisti, e parallelamente i buchi lasciati temporaneamente vuoti dalla vecchia forma di organizzazione del lavoro, venivano riempiti illegalmente da una nuova soggettività urbana. Che esprimeva già le prime forme di organizzazione dentro e contro la fabbrica sociale capitalistica. Emblematica in questo senso è la stagione dei primi anni Novanta, in cui l’intreccio tra centri sociali e università diventa così osmotico da produrre quasi un continuum che alimenta il conflitto sociale per anni, con un’enorme produzione di nuova soggettività politica e nuove pratiche. “Siamo il sangue nuovo nelle arterie della metropoli” recitava uno storico striscione di apertura di un’altrettanto storica manifestazione dei centri sociali a Milano.
Ed esserlo, in quel momento, significava aver compreso come, nella metropoli diffusa, proprio le reti produttive potevano divenire nuovo veicolo di contaminazione rivoluzionaria dopo gli anni dell’edonismo reaganiano e della fine brutale dei movimenti del ciclo lungo che partiva dal ‘68. La valorizzazione capitalistica trovava nella riorganizzazione urbana nuovi terreni di applicazione, e con la pratica del rovesciamento che ben conosciamo era proprio lì, al centro di quel processo, che si concretizzava la pratica dell’autovalorizzazione sociale. Le eccedenze di quella soggettività che era messa al lavoro nella metropoli, dall’università al terziario, dallo spettacolo all’informazione, dall’edilizia ai trasporti, trovavano un modo concreto per organizzarsi nella grande fabbrica senza più reparti.
E che sarebbe stato se l’esperienza no global italiana avesse avuto solo l’infosfera o le sedi di qualche partito o sindacato come luoghi di riferimento? Anche in questo i centri sono stati in generale formidabili luoghi dell’anticipazione politica. La pratica dell’agire comunicativo, discussa in maniera teorica già dal ‘91 e praticata con le prime bbs subito dopo già a livello europeo, introduceva ciò che molti anni dopo sarebbe divenuto metodo comune di organizzazione. Ma oggi, alla luce della crisi della globalizzazione, e di ciò che essa ci consegna sul terreno politico, sociale, economico, culturale, sul terreno della vita insomma, perché i centri sociali possono rappresentare una grande risorsa? Partiamo dalla loro natura: luoghi, spazi concreti, inseriti in un territorio. E qui la prima riflessione.
Il territorio e la sua qualificazione metropolitana è, nella crisi della globalizzazione, comunque un elemento globale. Cioè, ancor più oggi che sembrerebbero partire proprio dai più accaniti neoliberisti le spinte protezionistiche come antidoto e argine alla crisi, il territorio ripropone continuamente e in forma contradditoria e spesso violenta, il suo essere irriducibilmente globale. E’ mutato virando verso la forma-metropoli, non c’entra nulla con una semplice e originaria determinazione spaziale e/o geografica, e soprattutto è innervato dalle reti produttive e sociali frutto della fase espansiva globalizzante. Questo è un territorio che da una parte dev’essere continuamente riconquistato, conteso con la rendita e l’appropriazione parassitaria capitalistiche e va, quindi, continuamente ricreato e difeso, dall’altra questo approccio non può che misurarsi con le caratteristiche precise, diverse, oggettive e materiali, di ciascun territorio. I centri possono essere luoghi di verifica nella pratica di questo concetto metropolitano di territorio. Mutati e mutanti, nati dentro la contraddizione tra locale e globale che oggi definisce il nuovo spazio dello sfruttamento e della liberazione, protesi alla sua conquista e modificazione ma anche ancorati alle sue peculiarità e differenze, al suo essere oggettivo, reale, esistente di per sé. Misurarsi con la dimensione metropolitana del territorio è anche la chiave per leggere (e organizzare) la composizione sociale che attraversa i centri e la sua domanda di reddito.
La democrazia, o la fine della sua forma rappresentativa, dentro il quadro della crisi, è un nodo che sempre più caratterizza la forma del comando. La dicotomia che si sta producendo tra governo e consenso, già anticipata dalla guerra in Iraq, trova sempre più in difficoltà il quadro di governo in termini globali, riducendolo spesso ad un infopotere che però alla lunga non risolve questa anomalia. La manipolazione comunicativa o la produzione di opinione non riesce a coprire i problemi generati dal comando senza legittimazione. In questo contesto si collocano forme sempre più diffuse di pensare la politica come capace di generare luoghi della decisione, dell’autogoverno, le abbiamo altrove chiamate “istituzioni autonome del comune”, in aperto conflitto con quelli istituzionali, che invece ormai rappresentano semplicemente i centri di potere per l’applicazione di ciò che è stato deciso altrove e da pochi. I centri in questo possono diventare esempi importanti. Decidere e fare come si decide, creare le proprie norme in contrasto con quelle imposte, divenire spazio pubblico con queste caratteristiche, è una prerogativa importante.
La libertà. E’ un “concetto borghese” si diceva qualche millennio fa. Oggi non è più vero. La ricerca della libertà in termini assoluti, contraddistingue qualunque soggetto voglia sfuggire alle maglie strette del biopotere. La libertà intesa come poter essere, poter decidere di sé e collettivamente, poter fare a meno di dipendere. La libertà come indipendenza appunto. Come possibilità di vivere senza l’alito pesante dei parassiti dello Stato sul collo. La libertà come antiproibizione, antifascismo e antiautoritarismo, antirazzismo. La libertà di genere. I centri sociali possono divenire un punto di riferimento per la costruzione di nuovi percorsi che abbiano la conquista della libertà come sogno comune.
Luca Casarini
September 24

Abba uno di noi

Certi cammini si possono giudicare solo dall'arrivo da quello che rimane per terra una volta che la polvere si posa.
Oggi resta per terra un ragazzo di diciannove anni, la testa spaccata dalla solita mano razzista.
Nulla di strano, ci si abitua a tutto: alle retate, alle aggressioni fasciste, alla criminalizzazione delle vittime, ai migranti affogati e forse anche all'occasionale morto ammazzato.
Anche questa volta, probabilmente la vittima diventerà il colpevole grazie al solerte lavoro di giornalai e pennivendoli.
Eppure, nonostante tutto questo forse in molti resterà il tarlo del dubbio: perché un delitto del genere non nasce dal nulla, perché non è automatico uccidere un ragazzo come una bestia; non c'è nulla di umano in un infamia del genere, è un odio artificiale costruito giorno per giorno, rinfocolato dalla retorica razzista ormai linguaggio egemone del campo del potere.
Forse, in molti, resterà la consapevolezza che la responsabilità della morte di Abdul ricade anche su coloro che, in concordo con la peggior feccia neofascista d' Europa, intendono servirsi della paura disseminata a piene mani per dare sfogo al proprio infame sadismo.
Forse in alcuni, un po' meno, resterà la rabbiosa consapevolezza che i discorsi sulla sicurezza urbana, fatti in doppiopetto, le ordinanze contro i lavavetri o contro le prostitute non siano causa di intolleranza ma servano invece a legittimare un razzismo preesistente a destra come a sinistra.
E allora in questo senso, con questa consapevolezza possiamo dire che tutte queste iniziative hanno trovato la loro logica conclusione, anni di razzismo teleindotto hanno prodotto finalmente un risultato.
Un ragazzo in virtù del colore della sua pelle è diventato un fastidioso parassita, come una mosca o un topo: non si viene puniti per l'uccisione di una mosca. Forse proprio questo pensiero ha armato la mano degli assassini.

September 23

Bolivia, un neonazista italiano dietro la strage di Pando?

La crisi boliviana assume contorni internazionali. Sembra infatti che dietro gli attacchi conto i contadini della regione di Pando, dove l'11 settembre furono massacrati quindici indios che si stavano recando a una manifestazione pro Morales, ci possa essere un cittadino di origini italiane: il neofascista Marino Diodato.
Un curriculum criminale lungo e dove non manca nulla quello di Diodato, esponente neofascista dell'Italia anni Settanta. Prima al soldo del dittatore Franco in Spagna e poi di Pinochet in Cile. E ancora filo importante nelle maglie della dittatura boliviana del generale Banzer che divenne anche suo parente. Il tutto condito dal sospetto che qualche lavoretto in Sudamerica possa essere stato pagato dalla Cia. Poi nel corso del tempo Diodato fu baciato dalla fortuna e dal successo imprenditoriale e poco dopo anche da un'inchiesta giudiziaria che fra varie peripezie lo fece condannare a dieci anni di carcere. Carcere da cui riuscì a fuggire in maniera rocambolesca. Da quel giorno, era il 2004, di Diodato si sono perse le tracce. La caparbietà e la professionalità di un giornalista d'assalto, Michel Irusta, però, hanno riportato agli onori delle cronache il nome del neofasciata italiano.
Secondo il reporter, infatti, sarebbe stato proprio Diodato uno dei capi degli squadroni della morte che hanno compiuto la strage nella provincia di Pando. C'è dell'altro. Il prefetto Leonel Fernandez, sarebbe da tempo legato all'associazione criminale di Diodato (oltre che socio dello stesso in affari poco legali). Anche un altro giornalista, Wilson Garcia Merida, sostiene che Diodato sia stato ultimamente nelle regioni della mezzaluna (come vengono chiamate le province ribelli) per organizzare squadre di paramilitari al soldo dei potenti e pronte a tutto.
E sarebbe proprio questa la chiave. Secondo i due giornalisti, infatti, all'interno dell'associazione criminosa ci sarebbe anche Ruben Costas, prefetto di Santa Cruz e molti esponenti dei comitati civici della regione.
Ad ogni modo su questa vicenda dai contorni oscuri se ne occuperà la magistratura boliviana. Intanto il Paese sta attraversando una crisi senza precedenti. Dopo un primo segnale di apertura al dialogo fra le parti, infatti, ieri (domenica) sera sembra essersi arenata la trattativa fra governo e prefetti ribelli. Oggi Morales parlerà a New York alla sede delle Nazioni Unite e sperava di arrivarci con un accordo già firmato. Così non è stato: ci vorranno almeno altri venti giorni affinchè si possa arrivare a un accordo. Accordo che per forza di cose dovrà arrivare in tempi brevi per fare in modo che si eviti di arrivare nuovamente allo scontro fisico fra le parti, ai morti, alla divisione del Paese.

September 22

35 anni dopo, la Bolivia come il Cile?

11 settembre, tornano alla mente le immagini dell'attentato al World Trade Center, pochi si ricordano che 35 anni fa, nello stesso giorno, il governo di Salvador Allende veniva rovesciato dal colpo di Stato di Pinochet.
Ironia della sorte un giorno prima dell'anniversario la NSA leva il segreto di stato da alcuni documenti che provano, come se non fosse già chiaro, la complicità della CIA nel golpe.

Una cosa molto simile è successa questa settimana, settembre 2008, in Bolivia, in 5 province orientali dello stato andino sono scoppiati disordini contro il governo centrale di Evo Morales.

Protagonisti dei disordini il gruppo di destra Union Juvenil Crucenista appoggiato dai latifondisti e dalla borghesia non contente di perdere numerosi privilegi se la nuova costituzione Boliviana passasse anche il referendum. Negli scontri anche qualche nostalgico militare italiano ha attaccato armato alcuni uffici pubblici a Santa Cruz.

La risposta della società civile, composta da contadini e indios, con manifestazioni e appoggio al governo è stata massacrata: 15 morti durante una manifestazione a Pando uccisi da sicari.
Il governo boliviano ha espulso l'ambasciatore USA, Goldberg, per presunto appoggio ai governatori "ribelli", comunicati ed azioni di solidarietà sono arrivati da Venezuela, Brasile ed Honduras.

Dopo una settimana di scontri e disordini Evo Morales, è riuscito a confrontarsi con l'intento di negoziare un accordo con l'oligarchia bianca boliviana nella città di Cochabamba, mossa che non piace alla COB che avrebbe preferito una soluzione del conflitto ben più drastica.

February 09

TLC

I movimenti sociali messicani hanno consegnato nelle mani del presidente Felipe Calderon un documento per rivedere il Trattato di Libero Commercio (Tlc). Inoltre, hanno espresso la loro intenzione di aprire una nuova fase di dialogo per giungere ad una soluzione che possa accontentare tutti.
“Davanti alla continua mancanza di volontà politica da parte del governo centrale di aprire un dialogo per risolvere la grave e insostenibile problematica dell'agricoltura messicana – si legge nel documento consegnato a Calderon - dal primo gennaio 2008 le organizzazioni contadine messicane insistono nella loro lotta per recuperare la sovranità alimentare del Paese”.
In sostanza le organizzazioni chiedono che il capitolo del Tlc riguardante il settore agricolo e zootecnico venga totalmente rivisto.
Il rapporto spiega anche che negli ultimi 25 anni di neoliberismo e 14 di Tlc, il deficit del settore è aumentato in media di 2 miliardi di dollari. Inoltre, si legge nel documento che il Messico ha aumentato l'importazione di mais dell'85 percento e ha denunciato un aumento di circa 739 percento del prezzo al consumatore della tortilla, uno dei principali alimenti del popolo messicano.
February 08

¡Libertad presos Mapuches!

La muerte ronda en el sur de  Chile. Campesinos mapuche en huelga de hambre y un estudiante muerto  son motivo suficiente para que saquemos la voz en distintas instancias y  exijamos a las autoridades preservar  el derecho básico humano a la existencia.  Sin duda una campaña de firmas no puede producir milagros. Sin embargo es un  medio de presión y de llamado de atención ético y político que puede  aportar como parte de un contexto mayor de iniciativas.

January 16

Ni arte, ni cultura, solo dolor y tortura,no a las corridas de toros!!

Expongo algunas fotos sobre la crueldad de este "arte" del toreo, espero hacer un poco de conciencia, si acaso alguno de ustedes sabe del tema le agradeceria que nos informar mas, yo tratare de aportar lo que se y lo que puedo investigar, por favor paremos esta barbarie ayuda y difunde el mensaje.
POR CIERTO NO CREO QUE EXISTA UN MODO ARTISTICO DE MATAR
"si no estas buscando una solucion, eres parte del problema"
January 03

Anno nuovo, buone nuove!

Per fortuna l'anno nuovo non ha portato solo nuove guerre, quindi è giusto parlare anche di quanto accade di positivo.
Il vento del cambiamento soffia sulle vette dell’Himalaya. Dopo l’abolizione della monarchia e la proclamazione della repubblica in Nepal la settimana scorsa, anche il
Bhutan sta facendo un passo storico ponendo fine a un secolo di monarchia assoluta.
Nei giorni scorsi si sono tenute le prime elezioni nella storia di questo piccolo Paese per eleggere la camera alta. A febbraio e marzo verrà eletta anche la camera bassa, completando così la svolta democratica voluta dall’ex re Jigme Singhye Wangchuck, che due anni fa abdicò in favore del giovane figlio e scrisse una Costituzione che entrerà in vigore quest’anno, secondo la quale il re rimarrà capo dello Stato ma tutti i poteri saranno del parlamento, che potrà anche mettere sotto accusa il re con un voto a maggioranza di due terzi.
Speriamo chiaramente che il processo non si arresti, ma possa andare a buon fine!

Anno nuovo guerra nuova!

Tra cacce all'uomo, scontri etnici e accuse al vetriolo tra i politici, la democrazia keniana è sull'orlo del collasso. A meno di una settimana dalle elezioni presidenziali che hanno scatenato il caos, il Kenya è un campo di battaglia: le vittime delle violenze sono più di 300, centinaia i feriti che hanno ridotto al collasso gli ospedali. Negli slum la situazione è migliorata anche se a Mathare ci son stati almeno sei morti, a Korogocho 32 e a Kibera dieci, ma il numero potrebbe crescere. A Mathare le gang dei Luo e dei Kikuyu si stanno organizzando per la guerra, ieri si sono già scontrati ma fortunatamente la polizia è riuscita a evitare guai seri. Stanno organizzando check-point, chiedendo alla gente da quale tribù proviene. Uno scenario che ha molte analogie con il genocidio in Ruanda del 1994. Una tra queste è la difficoltà del governo a controllare il territorio, specie in provincia.
Come in ogni guerra a rimetterci è la povera gente, con tutto il mondo che guarda nell'indifferenza generale!

November 10

Monumento ai desaparecidos

Trentamila placche incastonate in cinque pareti. Oltre ottomila hanno già inciso nome e cognome: è il primo monumento alle vittime del terrorismo di Stato dell'America Latina, e l'Argentina lo ha inaugurato ieri, nel Parco della Memoria di Buenos Aires. Trentamila, come i trentamila desaparecidos ingoiati dalla dittatura degli anni Settanta. Trentamila come i cadaveri fatti sparire, molti dei quali gettandoli da aerei in volo e a decine proprio in quel fiume, il Rio de La Plata, ai piedi del quale nasce il monumento. Trentamila, come le famiglie straziate da un dolore che non lascia pace. Le migliaia di argentini martoriati dalla tragedia della desaparecion, finalmente, dopo 24 anni dalla fine della dittatura, hanno il sepolcro, l'ara sacra in cui materializzare un lutto che ha segnato una nazione.
November 07

Allarme Chapas

Allarme dal Chiapas, Messico. La repressione da parte dell'esercito e dei gruppi paramilitari nei confronti delle comunità indigene, negli ultimi nove mesi ha già causato diversi morti e sparizioni. Le minacce e le violenze sembrano essere tornate quelle di un tempo. Appello della Red por la Paz: "Rispettate i diritti dei popoli". Intanto il Sub Comandante Marcos cerca di portare avanti la seconda fase della "Otra Campaña".
E sembra davvero che le cose stiano andando male. Durante i primi nove mesi del governo Calderon i territori indigeni del Chiapas, in particolare le zone ad influenza zapatista, hanno subito una nuova offensiva militare. E pare anche che le azioni dei gruppi paramilitari, come Paz y Justicia, che sembravano essersi di colpo addormentate, siano, invece, tornate a colpire con violenza. Azioni mirate, intimidazioni, minacce, violenze d'ogni sorta, omicidi e ricatti: così vivono da mesi e senza la possibilità di alzare la voce gli indios del Chiapas. E secondo i rappresentanti della Red por la Paz quella del governo e dei gruppi paramilitari è una vera e propria strategia repressiva studiata a tavolino per favorire lo sgombero delle comunità zapatiste dalle loro terre.
Intanto il Sub Comandante Marcos gira per il Messico per portare avanti la seconda fase della "Otra Campaña" con non poche difficoltà. Anche una carovana che lo stava raggiungendo a Vicam, nello Stato di Sonora, per partecipare all'Incontro dei Popoli Indigeni d'America, è stata oggetto di vessazioni da parte dell'esercito che ne ha precluso la libera circolazione all'interno del Paese.
Le parole più forti, però, arrivano ancora dell'arcivescovo emerito di San Cristobal de las Casas, Samuel Ruiz, noto per la sua vicinanza alla lotta degli indios del Chiapas, leggendo il comunicato. "La strategia repressiva implica azioni combinate che coinvolgono autorità locali, 80 accampamenti militari permanenti e i gruppi paramilitari che spesso si nascondono dietro le sigle d'organizzazioni contadine". La tensione e le violenze comprovate portano quindi a una richiesta: il rispetto diritti dei popoli da parte delle autorità statali e federali, la cessazione della repressione e l'avvio di un percorso che favorisca una soluzione pacifica alle cause che hanno generato le azioni violente degli ultimi mesi".
November 05

Servi dell'impero!

“Bisognava agire perché il paese rischia il suicidio: l’estremismo islamico dilaga senza limiti e la magistratura paralizza il lavoro del governo”. Con queste parole il presidente del Pakistan, generale Pervez Musharraf, ha spiegato in televisione la decisione di imporre lo stato di emergenza nel paese. Una mossa che molti osservatori hanno definito “il secondo colpo di Stato” di Musharraf, salito al potere con un golpe militare nel 1999.
Nella notte sono stati arrestate almeno 1.500 tra leader e attivisti politici dell’opposizione! Washington si è detta “profondamente disturbata” dal colpo di mano di Musharraf e il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice ha auspicato un rapido ritorno alla  normalità chiedendo che le elezioni previste per gennaio non vengano annullate – cosa che invece pare assai probabile. In realtà gli americani non sono affatto disturbati, si rafforza così l'influenza statunitense in medio-oriente, tutti servi dell'imperialismo!
October 16

Ridistribuzione delle terre sottratte in Colombia

Da 130 ettari a 17.816 nel giro di una decade. In Colombia i terreni sembrano proprio avere un che di magico: i recinti delle proprietà di coloni e coltivatori di palma africana (preziosa coltura destinata al biocombustibile) sono cresciuti a dismisura inglobando, senza bisogno di trattative né esborso di denaro, vastissime aree limitrofe. Ma qualcosa è cambiato. Grazie alle denunce di Ong in difesa dei diritti umani, il governo è dovuto intervenire,individuando non solo l'illecita estensione dei terreni, ma anche la mancanza di un diritto di proprietà su quelle terre. E ha deciso di restituirle ai legittimi proprietari: le comunità contadine afrodiscendenti, cacciate a forza da paramilitari a fucile spianato.
October 02

Sospetti a Rangoon: forse monaci anche gettati in mare

Come i desaparecidos trucidati dalla Junta militare argentina nel 1978. Così anche le vittime della repressione militare della Giunta birmana guidata da Than Shwe sarebbero in parte state gettate in mare. Alcuni siti della dissidenza birmana hanno rilanciato la notizia che verrebbe da diversi collaboratori a Rangoon. Al momento ci sono anche un paio di foto che mostrano i corpi di monaci rinvenuti nei canali tra l'ex capitale e il mare delle Andamane. "Diversi nostri attivisti ci chiamano per segnalare corpi di monaci che galleggiano nelle secche, nei canali e nei golfi vicino al mare" ha detto a PeaceReporter il caporedattore di un sito che raggruppa i dissidenti birmani in esilio. "Questo confermerebbe la voce che i militari, dopo aver prelevato nei giorni scorsi i monaci dai monasteri di Rangoon, li hanno caricati su navi della Marina militare per poi scaricarli in mare aperto". Come durante la dittatura militare argentina,come nel libro ''El Vuelo'' del giornalista Horacio Verbitski, dove i 'desaparecidos' venivano scaricati nell'oceano da elicotteri militari in volo.
October 01

Rieccomi

Sono tornato! Ho di nuovo il computer, quindi anche se avrò poco tempo mi farò sentire più spesso! "Finalmente" sono tornato a preparare esami dopo una lunga estate passata in ospedale tra un tirocinio e l'altro, è stato faticoso ma molto divertente!
June 20

Salve a tutti

Ciao a tutti, mi dispiace molto di non essermi più fatto vivo, ma non ho più il computer almeno fino a ottobre, e in biblioteca do solo una letta alle notizie, ma oggi avevo voglia di salutarvi, mi dispiace non poter passare su tutte le vostre pagine! Comunque cercherò di rifarmi vivo prima delle vacanze. Hasta la victoria compañeros!
January 19

32° Parallelo (Nomadi)

Parla il Giordano, parla alla gente,
rompe il silenzio fatto di niente,
scende la notte con passo da fiera,
porta minacce su gente che spera

Sui territori anora occupati
passano i cingoli dei carroarmati,
sogno dei folli, abita il cielo,
32° parallelo

Da oltre oceano, l'occupazione è benedetta,
senza ragione, pronti a sancire più di un trattato,
pronti a coprire ogni massacro.

Sui territori anora occupati
passano i cingoli dei carroarmati,
sogno dei folli, abita il cielo,
32° parallelo...

Salgono da Hebron grida nel cielo,
32° parallelo...
la striscia della morte ha solcato la memoria,
popoli senza tempo, famiglie senza storia

Sui territori anora occupati
passano i cingoli dei carroarmati,
sogno dei folli, abita il cielo,
32° parallelo...
salgono da Hebron grida nel cielo,
32° parallelo...

January 18

Lucio Anneo Seneca

Non nascitur itaque ex malo bonum, non magis quam ficus ex olea. Ad semen nata respondent.
(Dal male non può nascere il bene, come un fico non nasce da un olivo: il frutto corrisponde al seme.)
January 15

Rito indigeno tra "rivoluzionari" per Rafael Correa

Una cerimonia in quechua (la lingua degli indigeni andini) con traduzione simultanea in castigliano, davanti a migliaia di indios, sotto il sole cocente del paese di Zumbahua, sulle Ande, a cento chilometri da Quito e a migliaia di metri di altitudine. E’ così, con abiti colorati e cappello tipico in testa che Rafael Correa, 43 anni, economista, ha festeggiato l’inizio della sua missione al timone del Paese. Con lui, gli immancabili testimonial di quella “rivoluzione socialista del XXI secolo” che sta plasmando da cima a fondo l’America Latina: Hugo Chavez, presidente del Venezuela, ed Evo Morales, capo di stato indigeno della Bolivia.
Da oggi Correa è ufficialmente il presidente dell’Ecuador: alle 9.30, ora locale, avverrà il passaggio del testimone nella sede del Congresso di Quito, dove il giovane presidente presterà giuramento e farà il suo primo discorso da capo dello stato. Ma quello avvenuto ieri, nel cuore delle Ande, è stato qualcosa di più: un rito propiziatorio, simbolico, di enorme importanza per un capo di stato che si appresta a governare una nazione a maggioranza indigena, una maggioranza politicamente preparata e socialmente cosciente, che negli ultimi tempi ha fatto il bello e il cattivo tempo della politica ecuadoriana. Scegliendo di officiare la celebrazione nella lingua madre dei nativi e di accettare il Baston de Mando, ossia lo scettro del comando simbolo di potere e saggezza, Correa ha lanciato un chiaro messaggio, poi rafforzato dalle parole: “Questo sarà il governo degli indigeni”, ha dichiarato. E, davanti alle migliaia di testimoni, ha ribadito che come prima cosa indirà un referendum per chiedere al popolo se sia d’accordo nel formare un’Assemblea Costituente che lavori a una nuova Magna Carta, prima tappa per un paese nuovo.
Fra battimani e sorrisi, Morales e Chavez non hanno perso l’occasione per ribadire i concetti che stanno alla base della loro ragion politica. Sottolineando che l’America Latina sta iniziando a liberarsi, a camminare verso il socialismo, si sono appellati alla partecipazione popolare quale unica speranza di un cambiamento vero.
Applausi a scena aperta li ha conquistati il presidente boliviano quando, vestito con il poncho tipico delle popolazioni andine, prendendo la parola ha rammentato la “lotta anti-imperialista e anti-neoliberale del popolo cubano e del suo comandante, Fidel Castro, a cui si sono uniti Chavez e ora Correa. Prima – ha aggiunto Morales – avevamo democrazie, sì, ma subordinate agli Stati Uniti. Ora abbiamo democrazie libere, che libereranno tutto il popolo latinoamericano”.  
Quindi due parole anche da parte di Chavez, che ha definito Correa “un vero leader, compromesso con i più poveri e con l’unione di tutti i popoli. Chiedo a Dio – ha aggiunto – che ogni secondo accompagni il leader della nuova onda latinoamericana”.  
Nella cerimonia di oggi, invece, sarà presente anche Daniel Ortega, presidente appena rieletto del Nicaragua, che non perde occasione per dimostrare la sua scelta di campo: stare con “la nuova sinistra latinoamericana” contro ogni previsione di analisti e commentatori politici. E non mancheranno nemmeno il brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, che interromperà per un giorno le sue vacanze (gennaio in Brasile è come l’agosto per noi) pur di assistere alla cerimonia di investitura, e la cilena Michelle Bachelet, entrambi schierati su posizioni meno radicali.
Arriveranno comunque anche gli ultimi baluardi filo-statunitensi: il presidente del Perù, Alan Garcia, quello colombiano, Alvaro Uribe, e il paraguaiano, Nicanor Duarte. E gli Stati Uniti stessi, rappresentati dal Segretario di Commercio, Carlos Gutierrez, il quale appena giunto a Quito ha espresso il desiderio che entrambi i paesi possano proseguire costruendo “un’amicizia con mutui benefici” e nonostante le amicizie scomode già strette da Correa. La presenza di Mahmoud Ahmadinejad alla cerimonia di oggi la dice lunga: è proprio alla corte del neo presidente che il leader iraniano ha deciso di terminare la sua visita in America Latina, iniziata sabato in Venezuela, a suggello del nuovo asse che promette grandi sviluppi. 
January 13

Argentina

Il giudice federale Norberto Oyarbide ha ordinato l’arresto di Felipe Romeo, l’uomo che dirigeva la rivista “El Caudillo”, l’organo di diffusione della Triple A, e di Josè Lòpez Rega, altro membro dell’associazione di estrema destra, accusata di numerosi crimini risalenti al periodo in cui governavano Juan e Marìa Estela Martìnez Peron. L’Alianza Antiterrorista Argentina è considerata un’anteprima del “piano sistematico” di omicidi e “desapariciones” compiuto a partire dal 1976, anno del colpo di stato militare.
Ma i magistrati non si sono fermati qui. La giustizia federale non ha risparmiato neanche la vedova di Juan Peron, l'ex-presidente Isabelita Martinèz Peròn, che probabilmente contava di finire i suoi giorni serenamente in Spagna. Il giudice Raùl Hèctor Acosta ha emesso nei suoi confronti l’ordine di cattura internazionale con l’accusa di essere la mandante di sequestri e omicidi. La Peròn avrebbe infatti firmato tre decreti dando il via ad azioni di terrorismo di stato durante il suo mandato.